Kombucha, Storia

Breve storia del Kombucha pt.2: l’Italia e Renato Carosone

In pochi lo sanno, ma il Kombucha ha una sua storia tutta italiana, la cui peculiarità è che l’Italia non aveva la minima idea di cosa fossero quei “funghi” o “alghe” che in diversi momenti hanno invaso la pop culture dell’epoca. Trattati alla stregua di catene di Sant’Antonio o di un Tamagotchi ante litteram, gli SCOBY si sono guadagnati le copertine dei giornali e pure un posto nelle classifiche dei dischi più venduti.

Stu Fungo Cinese

Fungo cinese; kombucha; 19 Dicembre 1954: la “Domenica del Corriere”

19 Dicembre 1954: la “Domenica del Corriere” dedica la sua copertina al cosiddetto “fungo cinese”. Sono altri tempi in cui la rappresentazione degli stereotipi razziali non creava grossi scandali, e il sinistro ritratto (tratteggiato dallo storico illustratore Walter Molino) del Mandarino che porge un’ampolla di un misterioso intruglio fa sembrare l’interpretazione di Tomas Milian in “Delitto al ristorante cinese” roba da Saturday Night Live.

Ma tant’è, il kombucha conquista le prime pagine ed è un fenomeno pop talmente diffuso che anche la superstar della canzone italiana, Renato Carosone, gli dedica una hit: “Stu fungo cinese”:

E’ giunta la Pechino
int’ ‘a ‘nu vaso
‘na cosa misteriosa.
Nun c’è bisogno cchiù di medicine,
l’ha detto un mandarino
che l’ha purtata ccà!

Una vera fissa che non ha mancato di suscitare la solita ridda di polemiche più o meno informate da parte delle varie testate giornalistiche. Ecco una rapida rassegna stampa:

La Provincia di Cremona, 17/10/1954 era scettica: “Il fattore di maggior efficacia nella cura con the del fungo miracoloso è la suggestione, la quale può operare quei miracoli che invano chiederemmo a medicamenti ben più efficaci di questo cattivo aceto.”

La Stampa del 29/12/1954 denuncia una crescente aura di superstizione intorno al fungo d’oriente: “[…]così si è creata una fosca leggenda. Secondo alcuni, i funghetti che nascono sono inviolabili: essi non devono essere distrutti né gettati via, altrimenti gravissime disgrazie cadranno sul responsabile della devastazione e su tutta la sua famiglia.”

Il Corriere d’Informazione del 22/01/1955 riporta che c’è scappato il morto: “Un morto è vero, c’è stato, e la sua fine l’ha causata il fungo cinese. Di funghi cinesi egli però ne ha mangiati cinque, gettando il tè nel lavandino. Ha mangiato, chi dice crude, chi dice cotte a bagno-maria cinque di quelle muffe grigiastre e sfrangiate, quando avevano già raggiunto proporzioni considerevoli. La morte seguì improvvisa quindici ore dopo un benessere generale che aveva del miracoloso.” Va da sé che, per quanto lo SCOBY sia assolutamente commestibile (anzi apprezzato dagli appassionati che gli hanno dedicato arditi ricettari), la pratica di ingozzarsene senza tra l’altro avere idee delle condizioni in cui fosse mantenuto non è proprio brillante.

Ma come si era arrivati a questa kombucha-mania ante litteram? O meglio, come ci era arrivato il primo SCOBY in Italia? Sembra che il merito sia di una contessa di Torino la quale, da buona nobildonna sabauda, si era recata in Portogallo in visita alla famiglia reale dei Savoia che si trovava in esilio a Cascais. Esotismo, nobiltà, mistero: c’erano tutti gli ingredienti per conquistare il pubblico italiano che però, con la stessa rapidità con cui si era affezionato al fungo cinese, lo abbandonò e nel 1955 inoltrato non sembra essercene più traccia nelle cronache del Bel Paese.

Ritornerà nella prima metà degli anni 90 sotto il nome di “alga del Nilo” (aridaje), e la forma di una catena di Sant’Antonio: i “figli” naturalmente prodotti dagli SCOBY durante la fermentazione dovevano essere regalati ad amici e familiari (“congiunti” diremmo oggi in fase-quasi-2) e le madri essiccate ed usate come strumenti di vaticinio. Una moda anch’essa talmente diffusa da guadagnarsi nuovamente le copertine dei magazine.

Lo sguardo pietoso di Giulia Fossà rende futile ogni commento, ma per completezza di cronaca posso confermarvelo: quella specie di cialda marroncina non è uno SCOBY sano, doveste incappare in un obbrobrio del genere fategli prendere la via dello scarico senza troppe cerimonie.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *